CHE TUTTE LE COSE
‘Sol qui illustras omnia solus’
(Bruno, Cantus Circaeus)

Cos’è che dicesti, qualcosa sul pescare lucci
di buon’ora le mattine d’inverno, il buio
attorno a te e tuo padre, ciascuno
sulla propria moto, ognuno avrebbe scavato
un foro nel ghiaccio e avresti lanciato
la lenza appropriata, con un gancio oppure l’altro,
un’esca piccola dal secchio: mai acciuffato un
singolo luccio.
Non c’era lì una lampada,
non l’avremmo avuta nemmeno dopo, lì fermi,
metallo a chiazze, avrebbe potuto anche abboccare.

Ogni cosa, ogni singola cosa,
da tenere nella mente, tempo e spazio, sostanza,
quantità e qualità. Devi essere
il Dio che tutto muove.

A volte se ne vede qualcuno
immobile in profondità, con quella
loro bocca aguzza, a macchie di grigio.

© 1994, Eva Gerlach
From: Wat zoekraakt
Publisher: De Arbeiderspers, Amsterdam, 1994

ASFALTO

Proprio in questo momento la barca per Haarlem
ha attraversato la strada. Lungo il marciapiede
rimorchiava i cavalli smagriti con il servo
nel mezzo della strada il nonno di mio

nonno fendeva l’acqua. Non lasciatemi
indietro, qui, ho strillato dalla finestra
dalla quale li ho visti andare, non posso proprio
restarmene qui da sola, ma sono
sfilati via e hanno preso la svolta
a sinistra verso il parco. L’asfalto si avvicinava,
dalle profondità che con chiarezza
ho visto scorrere, riflettere e
e agitarsi, nessun pesce che guizzava. Speriamo,
pensavo, che con marea liquida e immobile
giungano dove stasera sono destinati.

Tutto resta come è sempre stato.
Siete arrivati, era tardi, parcheggiando
senza cura come al solito, avete preso la borsa
dalla macchina e lì in piedi
sull’asfalto denso avete guardato in su, dritti verso me.

© 2003, Eva Gerlach
From: Daar ligt het
Publisher: De Arbeiderspers, Amsterdam, 2003

SOLVE ET COAGULA

Quando hai avuto l’epistassi, ricordi
ancora?, quella che non voleva saperne di fermarsi,
ti sei seduto al lavandino, a testa in giù,
“mi dissanguerò adesso?” e ti ho visto seduto lì,

è stato come se mai più avreiosato toccarti, come se ti saresti presto dis-
solto in realtà come fa l’oro
nell’acqua regia tanto che non avrei potuto
che farti solo la più leggera delle carezze;

certo non saresti morto se non dopo molti
anni, mi era del tutto chiaro, ma lui che canta
a lepri e orsi le canzoni in cui racconta
di come li abbia uccisi, aveva giusto
iniziato con te, lo potevo
sentire nella mia testa, pling,
pling, le prime
esitanti note d’apertura.

© 2003, Eva Gerlach
From: Een bed van mensenvlees
Publisher: De Arbeiderspers, Amsterdam, 2003

Brief Info: click here

Translated by Salvo Capestro

Da Cantare semplice, 1984

Nessuna lingua

Nessuna lingua umana mi darà ragione
sono come sono, senza sottane d’oro
né bianche che solleva il vento
ma appoggio il mento e gli occhi
su un momento.

*

Da Lettere giovani, 1990

Io mi ritenni

Io mi ritenni una selvaggia
da chiunque distruggibile
lussuosamente persi il tempo grazioso
giovanile, ma risoluta promessa
si ripete una fiera sorgente.

*

Movimento dell’immobilità

Cupo, senza scandagliare
cupo moto a restare
scoperti,
attraversare la boscaglia.
Apoteosi: accecata accecante
tu, piccolo angelo solo ne resti e muto.

*

Da Le Moradas , 1996

Esiste la deliziosa

Esiste la deliziosa,
prossimità, non il perfetto amore.
E intanto
lunghi tragitti tratti
erosi da pianto, polvere
di sentieri assembrati angoli della mente che
stavano per sfollare e – sostano,
campi desertici
trasferimento, letto come strada
silenzio non ancora pace.

Read the rest of this entry »

Andrea Zanzotto

September 12, 2009

Prima persona

- Io – in tremiti continui, – io – disperso
e presente: mai giunge
l’ora tua,
mai suona il cielo del tuo vero nascere.
Ma tu scaturisci per lenti
boschi, per lucidi abissi,
per soli aperti come vive ventose,
tu sempre umiliato lambisci
indomito incrini
l’essere macilento
o erompente in ustioni.
Sul vetro
eternamente oscuro
sfugge pasqua dagli scossi capelli
primavera dimora e svanisce.
Tu ansito costretto e interrotto
ora, ora e sempre,
insaziabile e smorto raggiungermi.
Ora e sempre? Ma se di un bene
l’ombra, se di un’idea
solo mi tocchi, o vortice a cui corrono
i conati malcerti, il fioco
sospingermi del cuore. E là nel vetro
pasqua e maggio e il rissoso lume affondano
e l’infinito verde delle piogge.
Col motore sobbalza
la strada e il fango, cresce
l’orgasmo, io cresco io cado.
Di te vivrò fin che distratto ecceda
il tuo nume sul mio
già estinto significato,
fin che in altri terrori tu rigermini
in altre vanificazioni.

*

Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spigolato
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia e infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

da Vocativo, Mondadori 1981

*

(ANTICICLONI, INVERNI)

I

Vedi tutto che – viola e oro e molle
……………direi quasi rigurgita rigurgita
..non si trattiene è contento è maturo
..nel dar figure strappate figure                                                              altre figure
in viola e ori                   A spuntare ori considera, poni mano,
..affàcciati, prendi nota, a cuore, a carico,
..sii una qualche violenza per tenere a cuore
…………………….Sii nel prossimo a-tu-per-tu col remoto del viola
…………………….sì, violenza in questa gola
ascolto nuotando tutta questa violenza
così prima e increata da essere innocente
…………………….ma non meno assassina – nell’oro e nel viola
C’è il vocìo o il tocco o lo sfascio
..viola di no no no                              lo scampanìo del predicente
…………………….Viola è il mio carpire interleggere
…………………….fa carico fa massa va in massa oro e viola
tutta per te questa trasparente
mania di destrutturazione ma issi là sopra la tavola
il sopravvissi
..e la macchia di sangue Gewalt
..mi allevava come letame viola
..mi torceva in sé, mi aveva perso a sé, letame.

Read the rest of this entry »

Mariella Bettarini

September 9, 2009

(viola)

m’accorsi una mattina delle viole
…………………………………………..Viola a me
venne incontro con ditate d’anelli e
dei dolori dentro la testa
che tanto si legavano ai miei dolori
che n’ebbi sino in fondo penuria
o fretta
………..frettolosa d’andarmene
cercando la sua testa di piume gialle
di per certo sparita
con quella voce che tremolava
………………………………………Viola vidi poi
venirmi accanto entro giorni d’una giacitura
speciale
………..giorni di stoffa e neve e pietrisco
allegante
………..alberese scheggiato e molto cigolante
basilisco
………..giotteschi giorni aguzzi
pei denti rossi dello scoiattolo il quale
ti coglieva a motivo delle foglie rotonde
ed io per l’erba che ne veniva con odore
allevando nelle gengive il sapore che sai
che ne mangi una sera mentre scrivi
e balzellante vivi

*

(anemone)

avevi manducato un pipistrello
forse

………….e avendone noi paura
venimmo cogliendoti nel sonno
io e il monaco che porto a mio danno
o misura

……………il monaco allevante ortaglie
e anemoni che però di spontanea gamba
crescono

…………….di spontanea fonte
zampillano

…………….di spontanea benignità
dilettissimi frutti della mia prevostura
o tu gran petalo di quella madre che ti teneva
nel trepido pomeriggio che ti sfogliai
e ti vidi cadere mandando in polvere
senza volere io la tua natura
di astemio fiore che non sa più che fare
che giocarne che volerne di trottole
o di fronde perché gli vengano ridati
gli azzurri baci i bianchissimi abbracci
le lacrime la pelle

……………………….i capelli le braci
e tutte intere le illusioni belle

*

cirrostrati

I
quali pallidi luminari voi
portano?

………….dove(andando)
guidate la contemplazione di menti
svagate o estatiche? trasognate
trasecolanti?
quali méssi messaggi trascinate?

le èstasi le stasi e le estatiche estati
sono le vostre monadi sorelle
e ciò che raggia
ciò che passa (ne dico)
di cui non ho rivelazione
è la contemplazione che non passa
la muta intransigente
filiazione

II
la vocazione era
lo stato da man bassa della
non materiale materia
e tutto ciò che squassa
la stasi

……….la mentale miseria

© Mariella Bettarini
da Asimmetria (Gazebo, Firenze, 1994)

Link

Mariella Bettarini sito ufficiale

Durs Grünbein

September 6, 2009

VOR EINEM ALTEN RÖNTGENBILD (DI FRONTE A UNA VECCHIA RADIOGRAFIA)

I corpi sono andati. Un ordine postumo regna
nell’appartamento vuoto, ripulito dagli specchi
fino alle macchie del bagno. Alla base della vasca
arricciato un singolo capello, l’ultima reliquia di una specie
che si ripulisce al termine dell’accoppiamento e ne cancella le tracce.
Quanto sono tranquilli i davanzali con le loro mosche morte –
ma perfino qui l’orrore è solito far visita.

S’insinua nelle fessure, presso le soglie e fra i tubi dei caloriferi,
nido per uova d’insetti, un incenso privo di odore
che per la camera si diffonde, annerisce i fornelli,
tiepido a livello del suolo, freddo fra le pieghe della tenda.
Esso è scaglie di pelle, pulviscolo da una gabbia di serpenti
che mostra chi riposa qui. Sul calendario in cucina
appeso sopra il lavandino, è sopravvissuto
un qualunque lunedì.

Breccia sotto il pavimento, e nulla di umano
in merito al mobilio, salvo la tenacia che li ha assemblati,
il tavolo scheletrico, la morsa di sedie irrigidite,
che per così tanto tempo nessun posteriore e nessuna mano ha più riscaldato.
Disseccata nel lavandino l’illusione del comfort,
si contorce nei rubinetti. L’agio
richiama lo spirito della casa dagli angoli,
dove in altri tempi l’aspirapolvere urlava
il suo squallore animale.

Dopo alcuni giorni, in alcuni casi settimane, l’abitante
ritorna, con stupore. Il suo sguardo cade, assieme
al suo portachiavi, verso il pavimento indifferente, prima di farsi assorbire
dalle inflessibili pareti. Resta lì affascinato,
per qualche istante estraneo a se stesso quanto lo sarebbe
di fronte all’intonaco perfetto del frigidarium di Pompei, o alle pareti
scarabocchiate
della Casa dai Mobili Carbonizzati, quelle oscure
e asciutte oscenità.

Le ombre sono scomparse. Impresso sulla pietra
il sottile orlo di sudore che il piede di una donna romana
ha lasciato nella calura di un mezzogiorno di luglio. Nessuno potrebbe discernere
tutte le camere comunicanti, una volta sgomberate.
Sradicate tutte le tracce di rosa dal vuoto costituito,
sebbene la ruggine resti viva più a lungo sui tubi
di quanto non faccia il sangue del pesce in cucina,
bulbo oculare delle stoviglie pulite.

Germogli di vita nella pattumiera. Qualche volta un’unghia si spezza
frugando fra i sacchetti di plastica. Un movimento sbagliato
e una scheggia s’infila dentro la carne. Un cassetto inceppato
per una foto che ti mostra com’eri da bambino, che lo blocca
con la persistenza di un sogno che ricorre.
Piante, disseccate in un armadio, contestano il pacifico
ticchettare dell’orologio. Parole di scherno dappertutto:
“Guardate come ci si riduce a…“

L’asciugamano, per esempio, appeso al gancio, o vicino alla porta,
la coppia di scarpe indossate fino a oggi. O ancora il dentifricio,
ingrigito dallo sfregamento – un cimelio
vivente, intravisto attraverso il buco della serratura,
un archivio di minuscole morti che potrebbe andare dissolto in ogni momento.
Fino a quando qualcosa che non può sfuggire si presenta alla vista, – una radiografia
in mezzo alle ricette mediche ingiallite,
un negativo che mostra il tuo stesso cranio,
con un osso fratturato.

Il souvenir di un incidente – radiazioni
che hanno estirpato tutta la carne. Sulla pellicola
un velo bianco, attorno alle orbite svuotate
la sigaretta di un angelo fa cerchi di fumo. Un triangolo
si allarga in luogo del naso. Attraverso la bocca inscurita
si muove l’universo. E quel ghigno ricco di calcio
è allo stesso tempo il primo volto e l’ultimo,
e non più ricambiato.

Con le ciglia e le palpebre operose
anche gli occhi, la pelle e i capelli sono cancellati,
così come dalle ghiandole le lacrime, linfa da romanzo,
e ogni ruga. Erano così abituate a mordere
e ora le labbra sono andate. E la lingua è inghiottita
oltre i denti. Ma dopo tutti gli anni a venire
(o sono state forse ore) resta il chiodo piegato nel gesso,
proprio dove il martello l’ha colpito. La macchia d’umido
è ben visibile nella tinta del soffitto. Blu come il primo giorno,
il vaso alla finestra, sepolcro di viole, una saponetta rotonda
mai usata è dentro il suo guscio. Le tracce d’uso
su coltelli e colli di bottiglia erana una pista sbagliata
in questo appartamento abbandonato. Contro i muri nudi,
nel tremolìo dei raggi X, nulla è stato lasciato
a richiamare l’equilibrio dei corpi, scomparsi
nell’andirivieni.

*

In der Provinz 3

La quiete attorno alla talpa morta
ai bordi del campo di grano è ingannevole.
Un ammassarsi nerovestito, sotto,
Fanterie di scarafaggi. Sopra svolazza,
poi s’allontana, con le ali scarmigliate, un falco.
Le formiche, un distaccamento di guastatori, scavano
una buca attorno alla spina dorsale. Dentro
le linee sono roventi, vermi che gorgogliano
presso il mercato delle viscere. Dalle pareti dello stomaco,
venditori ambulanti (o sono forse giornalisti?)
diffondono la notizia ai quattro venti: Una carogna! Una carogna!
Solo un grillo, un balzo più in là,
scruta le nuvole di passaggio e sta al sole,
in silenzio, uno dei filosofi stoici.

From: Nach den Satiren
Publisher: Suhrkamp Verlag

*

Ein Mann in Belgien ist von seinem treuen Hund erschossen

In Belgio, un uomo è stato ucciso dal suo fedele cane,
mentre andavano a caccia – così un giornale
riportava all’interno della rubrica “Cose divertenti dal mondo”.

Il belga era alla guida del suo SUV
e pensava agli affari suoi, e sul sedile di dietro,
accanto al fucile, pure a pensare ai fatti suoi, sedeva il cane.

Com’era loro abitudine, l’uomo e il cane guardavano nella stessa direzione,
verso il bosco, l’uomo immerso nei pensieri,
il suo cane da caccia ansimando lievemente. Faceva caldo. Estate –

l’ultima estate che quell’uomo avrebbe vissuto. A causa
della strada accidentata, il cane è stato sbalzato in aria
e ha lasciato partire il colpo che ha ucciso il suo padrone.

E pensare che questa coppia di belgi potrebbe essere ancora qui,
una squadra perfetta, se quel buco sulla strada
non avesse improvvisamente perforato la loro amicizia. Peccato.

From: Den Teuren Toten
Publisher: Suhrkamp Verlag

Translated by Salvo Capestro

Cenni biografici: Durs Grünbein, nato a Dresda nel 1962, vive a Berlino. In Germania ha pubblicato le raccolte di poesie Grauzone morgens (1988), Schädelbasislektion (1991), Falten und Fallen e Den teuren Toten (1994), Nach den Satiren (1999), nonché il volume di saggi Galilei Vermißt Dantes Hölle (1996). A metà partita, Torino, Einaudi 1999, a cura di Anna Maria Carpi. è stato il suo primo libro pubblicato in Italia.

Links:

http://it.wikipedia.org/wiki/Durs_Gr%C3%BCnbein
http://www.complete-review.com/authors/grundurs.htm

Marina Pizzi

September 3, 2009

Miserere asfalto
(afasie dell’attitudine)
2007-2008

[ siamo soltanto
grumi di non pensiero,
strenuamente incapaci di pietà

Giuliano Mesa]

1.
nella saletta d’attesa del ginecologo la cliente è nervosa.
2.
In angolo della stanza la custodia vuota del dizionario.
3.
Le tendine della finestra, troppo lunghe, sono state ripiegate per contrastare gli spifferi dagl’infissi dei vetri.
4.
Gl’infissi della porta si stanno sbriciolando rivelando il legno grezzo, intatto nonostante la sciabordante entità degli abitanti.
5.
Nel tinello i frutti dell’alzata della frutta s’ingegnano di non marcire prima di essere mangiati.
6.
Su una mensola sono disposte in fila le medicine del ciclo del giorno e della notte.
7.
La metropolitana pressa nei gomiti le poche scienze di ogni passeggero.
8.
Alla segheria la donna si è fatta fare una tavola con cavalletti per una scrivania spartana.
9.
Al muro è appesa la vestaglia di fattura cinese imbottita di ovatta con stoffa simile allo stile imperiale cinese.
10.
Le dita dolorano, spiano le paralisi del far del corpo pece.
11.
In un pentimento si addice la sua sconfitta in tua.
12.
La pecca della rondine è di tornare e di partire sempre più ubriaca: sempre più senza cimase i palazzi.
13.
Il gancio al muro ricorda che la giacca si fa apice di malinconia.
14.
Le muraglie degl’infanti sono giochi di suicidio.
15.
La cicca del mio inverno è una lampada cinese che mi regala estraneità, dolce ipocondria del vero.
16.
Appena tocco i capelli innumeri ne cadono in dono al sacchetto dell’immondizia.
17.
Le reni dell’acrobata hanno un fascino senza tempo, schiantano senza caduta.
18.
Dove si avvelena l’acqua c’è una donna che partorisce.
19.
La blasfemia dell’ombra sposa un terreno di stoltezze.
20.
Il cielo è curvo ma la Ferrari non lo prende.
21.
La birra delle ore tredici è l’unico conforto, orto al veritiero aspettare che sfumi.
22.
Durante un corso di aggiornamento ho visto piangere il mio treno.
23.
Ogni volta che mi alzo dalla scrivania il mio futuro collassa nel presente.
24.
La cornacchia beve l’acqua della grondaia, ad ogni sorso si guarda attorno.
25.
E’ marcita la luna e l’asfodelo
26.
Il pellegrinaggio della fronte è dover guardare mine di grandine e foschie e carezze sempre un po’ più in là
27.
Il cielo fosco che scoraggia e preme medesime leccornie in ogni tempo
28.
E per domani non chiamarmi più per il torneo dei funghi che crescono vicino alle tombe
29.
Braccata l’afasia della cometa ha sconfessato ogni natale
30.
Ieri ti ho visto con i giornali gratis coprirti il petto dal vento della pioggia e sulla panchina inchinare un blasfemo per orefice
31.
E’ andato in malora finanche il tubo di scappamento
32.
Non chiamarmi più, non so che dirti dalle foschie del suolo alle bravate religiose
33.
Sono stanca di scalciare appunti in riva alla riva
34.
Gli alamari della casacca ancora si allacciano dopo un qualunque vomito qualunque
35.
A terra di risorse sto a tenerti il polso per un aiuto esanime
36.
Dal calcolo delle sommità calcolare le radici
37.
La cattiveria è un giardino segreto appena deceduto.
38.
Con un urlo di finitudine la smania è ben ridotta a un ninnolo di occaso.
39.
Pinocchio è un chiodo di bambino, veramente insano quando fa il bambino, delizia del no quando burattino.
40.
In un traffico di rigurgiti ho rivisto mia madre da giovane, vanagloria la sua vaghezza accanto alle vetrine sempre serrate.
41.
In un traffico di corsari ho rivisto mio padre, mio padre ragazzo-bambino far del male indicibile ai gatti trovati rannicchiati contro le saracinesche…
42.
In un lampo di stoviglia inox mi vedo deformata quale sono.
43.
Comunque bigiare era utile quanto un cavalletto da pittore in ginocchio con l’opera in mente.
44.
Con la frottola del cane da portare a spasso, prese l’ultimo traghetto non tornando nemmeno a nuoto: nell’isola dei morti o delle femmine ancora lo attendono.
45.
Il prete nella canonica non era né buono né cattivo: lavorava da prete.
46.
Hanno la tosse nervosa della noia e dei problemi le scimmie del bioparco: la pancia gonfia di cibo senza amore, la lingua rinchiusa, le braccia conserte, gli occhi fissi contro la telecamera. Hanno imparato a contare con l’abaco delle sbarre: il guardiano gioca i numeri al lotto vincendo spesso sommette che corrono via gioiose.
47.
Le leccornie si fanno ataviche dietro il vetro della pasticceria; le girandole poste sulle tombe dei bambini sono il presente esente da ogni leccornia, l’amido del pianto in foggia di cialda.
48.
Sai una cosa? ti morirò accanto in una guerriglia di baci!
49.
E’ la neve inversa che torna d’acqua a festeggiare il diluvio di un accattone intonacato di sciarpe.
50.
Bravure di frottole l’amore che trema in platea
51.
I treni patiscono non potendo le scorrerie oltre binario, oltre lunario, oltre le regole del certo, oltre le frottole convinte vincenti.
52.
Mo’ le perle delle resine sono tutte legate in un sudario
53.
Il lago con le regie del molo
54.
E, dài, raccontami un sostegno a questo dispendio addirittura chiuso nella livrea di un servo
55.
Con il pendio della nuca mi sono innamorata
56.
Perché non torni a sillabarmi un sogno almeno elementare?
57.
Sotto ospizio di cartone il tono del tuo pianto
58.
Lo scatto a imbuto ti fregherà per pozzo, non tornerai più
59.
Le meringhe infantili e giovanili erano un cartoccio di conforto è oggi non le sanno più cucinare né nominare
60.
Con losco inganno ti guarderò morire per non impaurirti
61.
Cloro al clero: il muro è troppo buono
62.
La birra ci affratella senza la ciccia: tu a casa tua, io a casa mia e domani è oggi è ieri è l’oriunda genesi del fosso
63.
Dimenticami quale uno trattato d’imposte dirette e indirette del 1860.
64.
Le foglie grandi della salvia fritte sono molto buone come tutte le cose fritte: però una Salvia proprio nessuno all’orto o alla serra della batteria può restituirmi
65.
Il panico silente mi ha resa donna rinnegando davvero qualsiasi altra nascita!
66.
Questo è il numero del diavolo e io voglio l’angelo che per volare riesce a sopportare ogni tipo o tipastro di gelo
67.
Le donne si sommano all’umanità ma sono insommabili, belle o brutte tu, proprio tu, non le tocchi già più!
68.
A scaturigine di ebbrezza ti dài a chiamarmi quasi fossi la tua donna di bevute, quasi un’enclave del finalmente dentro
69.
Le bazzecole dell’atrio fingono una vita
70.
E’ sottotraccia l’aceto del tuo ventre, tu che perdoni il dolore che hai causato
71.
E’ già domani e ne ridi da ebete con il pallottoliere per spilla d’eleganza
72.
Le fionde partono dal cranio che si diletti di palesare il vero
73.
Vissi in un collegio per bambine piccole, vissi in contumacia per malati sani, vissi la gemella come una responsabilità di offesa-difesa, mai amandola sorella: il bottino del latte fu sacrificale
74.
Con un filo di scorribanda inventa la propria resistenza addirittura leggiucchiando un giornaletto gratuito dentro la metropolitana e dopo sul pullman.
75.
Tra le crepe la lucertola non ha paura del buio, passa dal sole in picchiata alle tenebre con brevetto di felicità, con tranquillità guardinga, stella di mare l’abisso della sorella, stella di volta l’eco del fratello.
76.
In un impegno di gratitudine il tulle di sposarti nello sguardo, e nell’allerta di pensarti ti arrivo accanto ben più di vicino
77.
In un baccano di altolà il gerundio della sopravvivenza
78.
“Buone vacanze” è un augurio davvero lugubre: vacanza dal cancro del giorno che si dipana in un pagliaccio di tradimenti? le fatiche non hanno mai vacanza né con la danza della gioia né con il chiavistello del padrone che ci attende uso di vita, disuso di libertà
79.
“Buon Natale” è ancora più lugubre: lasciando a chi vuole il significato religioso, ne può rimanere un altro quale le doglie della partoriente con non annesso il sorriso dell’abbraccio: resta la femmina di donna che, forse, piangerà depressione o l’io disgiunto in un unto assioma
80.
Dammi il brevetto che produca valenza, conventicole di baci, anche
81.
Sempre sotto qualcuno e qualcosa la cuna del mondo
82.
Coriandolo d’alchimia starti a guardare a mo’ di falco costumare una pozzanghera almeno in uno sgangherato albergo il grande amarci, comunque in gola all’asfodelo, fiore dei morti
83.
Parve svezzato il coagulo del sangue se dal fondaco delle celle morte uscì la vergine in preda all’estro di solo amore senza concepire
84.
Si faccia gioconda la bora di Trieste
85.
Le curve degli alambicchi intorno al busto a mo’ di abito da gran sera e fumida la perla dentro lo sguardo
86.
Sul tetto delle parabole un tempo si giocò con gli stracci, con la cicale imprendibile, con le cimase seducenti e dalla terra soltanto il più puntuto dei cipressi sembrò capire l’ire del boia dalla botola al cielo
87.
Il petto in gola perde colpi, ma tutti gli schermi della casa stanno accesi festa delle feste
88.
Con una lezione di apostrofo ti bacio, calvario unto quanto un sedativo
89.
Nel quartiere più povero della città, il nonno è uso passeggiare con la merenda che poi scartava al giardinetto buttando la carta nel cestino insieme alla cartaccia che trova lungo i passi.
90.
In un solicello di basto si fa domenica
91.
La luna lo palpeggia come una verissima innamorata ancora non conquistata né stata
92.
Nell’orto c’è penuria di solchi, la lastra piatta della terra gli arreca torto
93.
Tra un domani e un andirivieni preferisco uno scoglio irraggiungibile
94.
Dalla caserma hanno ricavato un museo: e pensare che le sentinelle dalle garitte piansero, disperarono lacrime di piombo con neanche uno scoppio
95.
Partì a morte da un’osteria
96.
Le mani roride lasciano un’impronta per il giocattolo dell’aria
97.
Ottuagenaria la nascita fa la fila per morire
98.
Col tuo colpo d’ascia ho figliato un arcobaleno al teatro del più garbato amore
99.
I capelli li hai tagliati le unghie le hai tagliate eppure la rovina è ben lontana dall’arrendersi e la cerbiatta vigila le rimanenze del silenzio
100.
Sotto il balcone l’edicolante appende calamite non buone per notizie di ferro
101.
Le puntualità degli ultimi, di chi va alla mensa dei poveri o al guardaroba dell’usato con tutte le possibili e pessime esenzioni elargite dal comune
102.
Le bamboline di pezza nate dall’uncinetto fantastico di una donna qualsiasi in estro di picasso

Read the rest of this entry »

Silvia Bre

September 2, 2009

Ci sono cose nascoste sulla terra
che mandano tra noi una pace muta,
cose che parlano del parlare delle cose
e che se nominate fanno del bene-
ogni trent’anni
tutti i bambù del mondo fioriscono insieme-
realtà spiovute dall’immaginazione.

*

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde – sei animale,
sei pronto.
C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? Più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la stessa cosa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo.

*

Vedevo uno che ha smesso di sapere
seduto verso il mare, nel silenzio:
una forma dell’aria, un’onda pura
partita da un secolo qualunque.
Eravamo nella stessa stanza nella stessa luce,
nell’ombra- io, come si dice, viva
lui creatura del giapponese che lo dipinse.
Parlavo mi pare del bene che faceva
quel suo covare di schiena l’orizzonte
e la mia calma in fondo alla sua vista,
mi chiedevo che felicità fosse
ad arrivare da così lontano
e non pensavo a nulla
mentre da fuori il sole ci ha fasciati
e rispondeva.

*

Read the rest of this entry »

Marco Giovenale

August 31, 2009

anima semplice

cambia senza andare. puoi comprare un simile gioiello pur sapendo che non potrà mai.

fra il troppo e troppo poco non è indifferente al desiderio in un’economia che si espande ma non fa crescere né la gioia né il senso di sicurezza: stringeva alcuni gomitoli di lana.

cosa sarebbe, infatti, la vita senza grandi desideri? il reale non assiste. fa fare l’esperienza. contro la parzialità della ragione mi sono messo in fila, narra un antico testo. l’umanità stretta. traspare l’intuizione.

1, nella cultura che avanti; 2, forti nella certezza; 3, destinato a qualcosa di grande; 4, oltrepassando il livello del conformismo; 5, quando giuseppe fu venduto; 6, sottilmente sospetta qualcosa, per altro

*

sod

sono andata su facebook, pensavo di deprimermi.

succedono come dei rewind quando siedi al contrario del verso del treno. domani devo fare il biglietto, per questo lo penso.

usando la prima persona singolare. quando parli con le persone è inevitabile. non ci fa più caso nessuno, allora è quando credono (“ciascuno crede”, dice) di essere qualcuno.

alcuni lo sono veramente, ma deve esserci un testimone, sennò sono parecchi punti in meno.

e non è così in tutti i paesi. ce ne sono alcuni dove non succede.

interverrà la polizia, probabilmente.

probabilmente

*

Ø e gli appassionati dell’aperitivo

a volte capita che la giornata della festa sia piovosa, e allora con grande rammarico l’apostolo delle genti suona la campana, arriva al punto vendita dell’acido. vedi è tereftalico, torna in sardegna, nel cartoccio del sushi, alla scoperta delle origini del bel calcio, a prestito dalla loren, funky (arancione, verde acido, blu marino, rosso rubino), prende le redini dell’impero, prende malta, storicamente minoritario, falsifica le condizioni di salute, del commissario, alle prese con un caso bollente, è del resto il sogno comune della gente, è la voce della barbona, zigzaga piano piano, pericolosamente vicina, fa buio e qualcosa intorno lo spaventa, misteri legati al mare, parliamone seriamente, parliamone con gli spettatori

*

lullo

da venti quanti ne vuoi da dieci niente
hai finito la scala
troppa voce allora ci metto domani
oggi e domani non vieni
non viene nessuno piano piano non viene nessuno
l’ho inaugurata io
però lunedì passa la gente
fino alla porta del soprintendente
magari a dicembre
questo lo mandano via

*

mondo 3

«siamo tre milioni contro la guerra» se combatte. che la marcia della pace dà i militanti di gruppi cattolici di base. «era da tanto» per l’elenco di tutte le 603 città sinora coinvolte.

chop easystreet matematica di 330 personaggi pubblici che rappresenta il primo grande treno della morte per video:

partì dalla stazione di piacenza il 18 scorso unibocconi, che la caratteristica comune di tutte le città educative è quella di assumere un aspiratore gratis.

del cnr di roma si è formato il gruppo di ricerca sherlock holmes degrado.

reticella per vermi. la cartolina di roma nel mondo. 3) visitato da centinaia di migliaia di nuove sculture mobili moderne

che ormai si vedono in tutte le vie. confermato.

© Marco Giovenale
Cinque prose italiane
[ da http://differxit.blogspot.com, 2007-09 ]

Approfondimenti in rete
2003-2004, Biagio Cepollaro E-book: Endoglosse
Alcune pagine da Il segno meno
Sei poesie da Statue linee
Poesie da Curvature accompagnate dalle fotografie di Francesca Vitale

Links principali
http://slowforward.wordpress.com/
http://gammm.org

Cenni biografici: Marco Giovenale vive a Roma. Lavora in una libreria antiquaria. In rete la sua pagina principale è http://slowforward.wordpress.com. È redattore di http://gammm.org e di altri siti, riviste cartacee e blog. Nel 2008 ha curato Tre poesie e alcune prose , di Roberto Roversi (Luca Sossella Editore).
Suoi testi sono comparsi in riviste tra cui «il verri», «Nuovi Argomenti», «Poesia», «Rendiconti», «Semicerchio», «Private», «l’immaginazione», «Versodove», «Lo Straniero», «Action Poétique», «Le Bateau Fantôme», «Journal of Italian Translation», «The | Black Economy», «Aufgabe», «Or», «Letterbox», «The New Review of Literature»,  «OEI», e in diversi siti.
Tra i libri di poesie recenti: Criterio dei vetri (Oèdipus, 2007), A gunless tea (dusie.org, 2007), La casa esposta (Le Lettere, 2007), Soluzione della materia (La camera verde, 2009), Chalk (La camera verde, 2009: edizione bilingue: testi in italiano e traduzione inglese), CDK (una prosa in inglese, èdita da Tir Aux Pigeons, 2009). Con la sequenza Ira, inazione, ira è tra i vincitori del premio Antonio Delfini 2009. È incluso in diverse antologie, tra cui il Nono Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), e Parola plurale (Sossella, 2005).
Per il suo lavoro come artista visivo si possono consultare le pagine biobibliografiche sul sito Slowforward.

Florinda Fusco

August 30, 2009

io non so dove sfocerà questo enorme fiume di catrame
con scatole e mollette e dentifrici se la mia testa contro
la tua diventerà un buio topo che squittisce o sandali
di legno da acquistare al mercato e quando usi le vocali
per vocali e i neuroni seguono i tuoi urti e quando urti contro il mio torace che si regge piano come
un ferro e quando il guscio è inserrabile e prometti che arriveranno i dromedari e racconti che sulle
scale troverò il re con le mie vesti invernali sulle braccia

non so ora qual è il terreno non so se il guscio
sarà duro o camminerà piano come il piede
i gonfiori nelle ginocchia
qual è il trono? qual è mai stato? e il dare si dà? o tutto esiste
nella diga nella rete e nella lana nel materasso della discarica nella coperta col terriccio l’insetto
urta ancora contro il dito la nota è nelle tre chiavi la peluria è cresciuta il piede pulsa
non vado

*

cartoni e bottiglie (le cicche premute sulla pozzanghera)

è quando non si sarebbe saputo

l’osso come una crosta d’uovo (le donne in nero)
i passi sui Territori

(battere la pelle)

uno scialle sui calli sulle orecchie sui lobi sui materassi delle discariche

è quando non si sarebbe saputo

i piccioni oggi raccolgono solo bucce d’arancia
guardare attraverso un secchio di metallo (appesi alla forca la lingua la forca la lingua)

(l’osso si gonfia)

smalto di piombo sulle dita del piede

oggi mi vesto come un canguro e annodo al collo un foulard

*

pensavo fosse
molto più tardi pensavo fosse giallo incancrenito e stralci di cenci ammassati
una linea scura che valica le pietre pelle scarlatta sulle punte dei rami
tufo su tufo acqua tiepida su erba e cemento i pali secchi dei campi il temporale
non ancora arrivato il tuono non ascoltato
orme bagnate sull’asfalto

*

spogliarsi delle larghe cinte
scegliere un lungo e lento precipizio

il moto è forsennato e ogni sforzo apparirà il suo contrario

puntare i piedi e scegliere il muro più duro puntare i piedi e rivolgersi al dio più stanco
benedire e maledire una scure che urta

esuberanza vegetativa

ossequio in una stanza
barattare la demenza contro lunghe braccia incendiate

se io fossi lieve
assaporerei più lugubri conquiste
mostrerei le catene in piazza al di sotto di ogni ribellione

non c’è impedimento nello sfrondare un’epoca dolorante con i propri sandali

si dimentica tra i lividi e i fossati

ossequio in una stanza
guidami passo passo verso il delirio

© Florinda Fusco
From: Linee
2005, Biagio Cepollaro E-book

Per leggere l’intero PDF: Linee

Cenni biografici: Florinda Fusco a Bari nel 1972, laureata in Lingue e Letterature Straniere con una tesi comparata su Jorge Louis Borges e Italo Calvino, addottoratasi in Italianistica presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli Federico II, con una tesi su Edoardo Cacciatore, una cui sezione è confluita nella postfazione alla raccolta antologica Tutte le poesie di Edoardo Cacciatore, Manni, 2003. Attualmente collabora all’Università di Bari.
Suoi testi poetici sono apparsi in Lessico Novecentesco, Bari, Laterza, 2000; Ákusma, Fossombrone, Metauro, 2000; Sololimoni, Milano, Shake, 2001 e su varie riviste come “il verri”, “l’immaginazione”, “Poetiche”, “Nuovi Argomenti”, “Allegoria”.
Suoi testi sono stati tradotti in francese e pubblicati nell’antologia Action Poétique, 2004.
Ha pubblicato linee, Editrice Zona 2001; Il libro delle madonne scure, Mazzoli 2003, vincitore del Premio Delfini. Sul sito di Bigio Cepollaro è presente Linee, con note di lettura dello stesso Cepollaro sul numero Tre di Poesia da Fare, mentre Thérèse è apparsa su Gamm.
E’ presente nell’antologia Parola Plurale, Sossella Editore, 2005; Il cielo è sempre più blu da un’idea di Aldo Nove e Lello Voce e nell’antologia a cura di Sara Zanghì Fuori dal cielo, Empiria Edizioni, 2006.

Milo De Angelis

August 28, 2009

II
Scena muta

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

*

L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.

*

Sotto i cavi sospesi
chiedemmo una costanza,
tra gli allucinogeni chiedemmo
di sapere il codice terrestre,
il canto sotterraneo che bussava
alle vertebre.
Vattene
nulla morente,
vattene ferita
dei minuti che tornano qui.

*

Dove ondeggiava il sangue, dove il perfetto
insieme era più nostro, c’è l’ombra
del geranio, le sostanze crocifisse,
un metro d’asfalto e di nulla
e il respiro è d’asfalto, le labbra d’asfalto,
il silenzio e l’andarsene
sono d’asfalto. L’ultimatum, anche quello,
ce l’ha dato l’asfalto, l’asfalto.

*

Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.

*

Un istante della terra,
uno stare con le cose,
bene mattutino che si offre
e si ricorda, dimora
trovata nel tumulto: un tempo
che capivi a mano a mano, lente
costruzioni a mano a mano, calendario
terrestre. Non so poi
cosa è accaduto, amore mio, come
mai, come mai.

*

Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.

*

Lungo una strada di Roserio
e di ombra, cammino, resto accanto
a te, ai tuoi sandali
che l’asfalto bruciava, l’asfalto
di ogni estate, l’asfalto
che penetra nel seno, finché appare
la ferita, finché la vista
è silenziosa come la sua fine.

*

Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

da Tema dell’addio
Mondadori, 2005

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.